Questo blog ha come finalità la discussione e l'approfondimento delle problematiche relative all'inserimento scolastico dei bambini e ragazzi adottati. Il sito di riferimento è www.adozionescuola.it. Amministratore del blog è la dr.ssa Livia Botta, Genova (www.liviabotta.it).
giovedì 19 marzo 2015
lunedì 16 marzo 2015
Anche le insegnanti delle scuole che avevano più o meno timidamente
proposto alcuni protocolli per gli alunni adottati si sono sentite
decisamente supportate dalle linee guida, che hanno l’indubbio vantaggio
di essere semplici, pragmatiche, attente alle varie realtà. Ma l’uscita
a ridosso delle vacanze natalizie ne ha talvolta bloccato la diffusione
e la conoscenza: occorre che i genitori adottivi contattino gli
insegnanti dei propri figli per sollecitarne la lettura e l’utilizzo,
senza paura di insistere. Sarebbe anche prezioso che insegnanti attenti
chiedano che siano messe a tema dei collegi docenti e – come sta
accadendo in qualche scuola coraggiosa – divulgate sul sito della
scuola. Perché uno strumento così importante non rimanga “lettera
morta”…
Simona Schenone
venerdì 13 marzo 2015
Linee d'indirizzo alunni adottati. Un po' di storia
L'emanazione,
nel dicembre scorso, delle “Linee
d'indirizzo per favorire il diritto allo studio degli alunni
adottati”
rappresenta uno snodo fondamentale di un percorso iniziato quattro
anni fa su sollecitazione delle famiglie adottive associate nel CARE:
un percorso tortuoso che ha visto lentezze e momenti di stallo,
dovuti anche ai cambiamenti nel frattempo intercorsi ai vertici
istituzionali.
Questi
i passi fondamentali:
- l'apertura di un tavolo di confronto tra i rappresentanti delle associazioni delle famiglie adottive e il MIUR;
- la costituzione di un primo Gruppo di lavoro di esperti interni ed esterni al MIUR, col compito di studiare le problematiche dell'inserimento scolastico dei minori adottati e in affido;
- una rilevazione delle strategie organizzative e didattiche e delle buone prassi già messe in atto dalla scuole;
- la stipula, nel marzo 2013, di un Protocollo d'intesa tra il MIUR e il CARE che prevedeva, tra l'altro, la costituzione di un comitato tecnico-scientifico avente lo scopo di "predisporre le Linee guida con le indicazioni normative e organizzative più idonee ad assicurare la migliore accoglienza e integrazione degli alunni adottati".
Il
Gruppo di lavoro incaricato della stesura del documento, di cui
anch'io ho fatto parte (insieme a Cinzia Fabrocini e Marco Chistolini
in qualità di esperti; ne facevano poi parte per il CARE Anna
Guerrieri, Monya Ferritti e Rossana Ruggieri, per il MIUR Francesca
Romana Di Febo, Mirella Molinaro e Giusy Vasti) ha lavorato per
l'intero anno scolastico 2013-2014.
L'obiettivo
(e la difficoltà...) è stato quello di coniugare le richieste delle
famiglie con le considerazioni degli esperti e con i vincoli posti
dall'istituzione scolastica. Avevamo la consapevolezza di muoverci su
un terreno insidioso, su cui non era facile trovare la giusta misura.
Si volevano portare a regime le migliori prassi già presenti, a macchia di leopardo, sul territorio nazionale, con l'attenzione però a “non andare troppo avanti”, poiché il documento doveva essere compreso e fatto proprio da tutte le scuole, comprese quelle che mai avevano prestato attenzione alla condizione adottiva.
Si voleva richiamare l'attenzione sulla specificità e sui bisogni di alunni portatori di una particolare condizione esistenziale, ma anche evitare il rischio che essi venissero considerati una "categoria" da cui attendersi sempre problematicità.
Mentre si discutevano le Linee d'indirizzo avvenivano altri movimenti importanti, segno di un processo innescato: il moltiplicarsi dei Protocolli d'intesa a livello provinciale e, a ridosso delle iscrizioni scolastiche del febbraio 2014, l'emanazione di un'importante circolare del MIUR, poi recepita dalle Linee d'indirizzo, che consente in casi particolari una deroga all'iscrizione alla primaria al compimento dei sei anni (la trovate qui).
Livia Botta
www.liviabotta.it
www.adozionescuola.it
LINEE D'INDIRIZZO ALUNNI ADOTTATI
Si volevano portare a regime le migliori prassi già presenti, a macchia di leopardo, sul territorio nazionale, con l'attenzione però a “non andare troppo avanti”, poiché il documento doveva essere compreso e fatto proprio da tutte le scuole, comprese quelle che mai avevano prestato attenzione alla condizione adottiva.
Si voleva richiamare l'attenzione sulla specificità e sui bisogni di alunni portatori di una particolare condizione esistenziale, ma anche evitare il rischio che essi venissero considerati una "categoria" da cui attendersi sempre problematicità.
Si volevano introdurre concrete misure di supporto, ma si era consapevoli di essere in una fase storico-politica che richiede alle scuole "di fare le nozze con i fichi secchi", e dunque con margini di manovra molto stretti.
Mentre si discutevano le Linee d'indirizzo avvenivano altri movimenti importanti, segno di un processo innescato: il moltiplicarsi dei Protocolli d'intesa a livello provinciale e, a ridosso delle iscrizioni scolastiche del febbraio 2014, l'emanazione di un'importante circolare del MIUR, poi recepita dalle Linee d'indirizzo, che consente in casi particolari una deroga all'iscrizione alla primaria al compimento dei sei anni (la trovate qui).
Le Linee d'indirizzo (qui il testo completo) hanno finalmente visto la luce nel dicembre scorso. Dal mio osservatorio posso dire che si stanno pian piano radicando nelle scuole e nelle famiglie: sono aumentate infatti in questi ultimi mesi sia le visite al sito Adozionescuola che le richieste di materiali di approfondimento che mi giungono da parte di insegnanti dei diversi gradi di scuola. I genitori adottivi con con cui ho avuto contatti recentemente sanno della loro esistenza. Sarà significativo seguire, anche attraverso i commenti in questo blog, i cambiamenti che pian piano apporteranno nella consapevolezza e nelle azioni delle scuole e delle famiglie adottive.
Livia Botta
www.liviabotta.it
www.adozionescuola.it
LINEE D'INDIRIZZO ALUNNI ADOTTATI
Proponi un seminario di formazione alla tua scuola
Scarica qui la brochure
sabato 7 marzo 2015
Linee d'indirizzo passo passo
La recente emanazione, da parte del MIUR, delle "Linee d'indirizzo per favorire il diritto allo studio degli alunni adottati" ci dà l'opportunità di ridare vita a questo blog, silenzioso da troppo tempo. L'intenzione è quella di proporre una lettura delle Linee d'indirizzo punto per punto, analizzandone le novità e le opportunità, sia per la scuola che per le famiglie.
Lo faremo a due voci: la mia, che sarà più attenta all'aspetto psicologico e alla storia che ha portato alla nascita del documento, e quella di Simona Schenone, che proporrà alcune riflessioni dal punto di vista dell'insegnante e della madre adottiva. Speriamo che alle nostre voci se ne aggiungano altre con i loro commenti.
Trovate il testo completo delle Linee d'indirizzo a questo link.
A breve un primo post.
Livia Botta
www.adozionescuola.it
LINEE D'INDIRIZZO ALUNNI ADOTTATI
Proponi un seminario di formazione alla tua scuola
Scarica qui la brochure
martedì 6 agosto 2013
LA SCUOLA CHE AIUTA (2)
di Livia Botta
Articolo pubblicato sul numero di aprile 2013 di "ADOZIONE E DINTORNI", rivista dell'associazione Genitori Si Diventa
Nell’articolo precedente abbiamo analizzato una serie di
prassi e atteggiamenti “di cornice”, indispensabili per una buona accoglienza e
un buon accompagnamento scolastico degli alunni adottati. Prenderemo ora in
considerazione alcuni interventi più specifici e “tecnici”, utili per
affrontare problematiche e bisogni particolari che possono presentarsi, senza
dimenticare che oggi la scuola sta attraversando una profonda crisi, che si
manifesta in primo luogo con una scarsità di risorse che rende più faticoso il
lavoro degli insegnanti e rischia di penalizzare gli alunni con particolari
bisogni o fragilità.
LA COMPETENZA LINGUISTICA
Un aspetto che si tende a sottovalutare, ma che è invece da
tener ben presente, è che i minori adottati, soprattutto se arrivati in Italia
in età scolare, fanno spesso fatica a scuola per la loro carente competenza
linguistica.
Perché se è vero che i bambini adottati hanno tempi
inaspettatamente brevi nell’apprendere l’italiano, di che italiano si tratta, tuttavia?
Della lingua della quotidianità, fatta di un vocabolario limitato, adatto per
cavarsela nella vita di tutti i giorni ma insufficiente per padroneggiare il
linguaggio dell’apprendimento scolastico, carico di polisemie, sfumature,
nessi, inferenze, riferimenti culturali. Il rafforzamento della padronanza
dell'italiano è pertanto fondamentale, e va portato avanti non solo all’inizio,
ma anche nelle fasi più avanzate del percorso scolastico, che richiedono
competenze linguistiche sempre più raffinate.
Nella fase iniziale, per i bambini che arrivano già in età
scolare, può essere utile l’intervento di un mediatore
linguistico-interculturale: una figura della stessa lingua e cultura d’origine
del bambino, che interviene per un numero limitato di ore, su richiesta della
scuola, per offrirgli un primo supporto linguistico e per introdurlo a
comportamenti e modi di apprendere che possono essere anche molto diversi da
quelli del suo paese di provenienza. Insegnanti forniti di una preparazione
specifica per l’insegnamento dell’italiano come seconda lingua (Italiano L2)
potranno invece seguirlo con interventi più distesi nel tempo, sia
individualmente che in piccolo gruppo, per aiutarlo a sviluppare ulteriormente
le sue competenze linguistiche, in raccordo con i programmi scolastici: sempre
che la scuola disponga delle risorse necessarie per attivare questi percorsi,
che non rientrano nella didattica standard.
I BISOGNI EDUCATIVI SPECIALI (BES)
Una recente normativa scolastica, volta a potenziare la
cultura dell'inclusione, presenta elementi d'interesse per l'accompagnamento
scolastico dei bambini e dei ragazzi adottati.
La Direttiva Ministeriale "Strumenti d'intervento per
alunni con bisogni educativi speciali" del dicembre 2012 prende atto,
infatti, della complessità e del contesto variegato delle nostre classi
scolastiche, all'interno delle quali non è raro incontrare alunni che possono
manifestare, con continuità o solo in certi periodi, disturbi evolutivi
specifici, difficoltà cognitive lievi, situazioni di svantaggio culturale,
sociale o linguistico non ascrivibili a disabilità certificabili. A questi
alunni la scuola s'impegna a offrire una progettazione didattico-educativa
mirata e personalizzata sulle loro effettive possibilità, da documentare
mediante un Piano Didattico Personalizzato (PDP) che servirà agli insegnanti
come strumento di lavoro in itinere e renderà chiare alle famiglie le strategie
d'intervento programmate.
Si tratta di un'innovazione che potrà risultare utile per i
bambini e i ragazzi adottati che presentano fragilità non riconducibili a una
situazione di disabilità: essi potranno trarre vantaggio da una progettazione
didattica "su misura" e flessibile, attuata solo per il tempo
necessario e con obiettivi da raggiungere concordati, che in molti casi potrà
avere anche una funzione tranquillizzante, con una buona ricaduta sul
comportamento del bambino.
I DISTURBI SPECIFICI DI APPRENDIMENTO (DSA)
Anche in presenza di disturbi specifici di apprendimento
(che vedono compromesse le abilità che rendono automatici i processi legati
alla lettura, alla scrittura e al calcolo in soggetti con intelligenza nella
norma, e che sappiamo essere presenti negli alunni adottati in percentuale
leggermente superiore rispetto alla restante popolazione scolastica) la scuola
è tenuta a elaborare un Piano Didattico Personalizzato (PDP) e ad attivare
tutte le strategie che permettano al bambino di rendere al meglio, tenendo
conto delle sue difficoltà, potenzialità e caratteristiche.
La normativa di riferimento (la Legge 170/2010 e le
successive Linee Guida) prevede che, a partire da una diagnosi specialistica
che accerti la presenza e l'entità del disturbo, venga stilato un Piano
Personalizzato che disponga gli strumenti dispensativi e compensativi (ad
esempio la possibilità di utilizzare in classe la calcolatrice e il computer,
il sussidio di tabelle e mappe concettuali, l'assegnazione di prove di verifica
più brevi, le interrogazioni programmate...) che mettano gli alunni con DSA
nelle stesse condizioni di apprendere dei loro compagni.
Nel caso di bambini adottati in età scolare, è importante
ricordare che una diagnosi specialistica di DSA può essere effettuata solo dopo
che siano state sufficientemente acquisite le competenze di lettura e scrittura
nella nostra lingua, dunque non prima di una paio d'anni dall'arrivo.
IL SOSTEGNO
I Piani Didattici Personalizzati di cui ai punti precedenti
non prevedono l'assegnazione alle classi di risorse aggiuntive. Devono essere
gli insegnanti di classe a farsi letteralmente "in quattro" per
metterli in pratica, calibrando e differenziando la didattica quotidiana in
base ai bisogni dei singoli alunni. E a volte questa può rivelarsi un'impresa
quasi impossibile, quando le differenze contemporaneamente presenti in una
classe sono tante!
Nel caso di alunni con una certificazione di disabilità
(rilasciata ai sensi della Legge 104/1992 ), invece, viene assegnato alla
classe, per un numero di ore settimanali correlato alla gravità del caso, un
insegnante specializzato nel sostegno, che può affiancare l'alunno durante il
normale lavoro di classe o in attività specifiche in aule appositamente
attrezzate. L'assegnazione del sostegno è decisa dagli Uffici Scolastici
Regionali tenuto conto delle risorse a disposizione (purtroppo scarse al momento!)
e sulla base delle certificazioni stilate dal Servizio di Neuropsichiatria
Infantile della ASL di riferimento, che accertano la natura e l'entità della
disabilità ed evidenziano le capacità e le potenzialità del bambino. Anche in
questo caso viene stilato e sottoscritto collegialmente (scuola, servizi,
famiglia) un Piano Educativo Individualizzato (PEI), che contiene gli obiettivi
didattici ed educativi da raggiungere, calibrati sulle possibilità reali
dell'alunno, nonché tutti gli interventi individualizzati previsti.
Spesso i genitori, anche di fronte a deficit evidenti, sono
restii ad attivare le procedure necessarie per poter ottenere il sostegno, nel
timore che la certificazione possa fare del loro figlio un "diverso"
o farlo sentire emarginato rispetto al resto della classe. Dipende ovviamente
dalla sensibilità degli insegnanti non far pesare l'intervento di sostegno come
uno stigma (non dimentichiamo che l'insegnante di sostegno è un insegnante di
classe che può lavorare con tutti gli alunni!). I timori dei genitori sono
comprensibili, essi dovrebbero tuttavia considerare con attenzione i benefici
che la certificazione garantisce, che possono essere fondamentali per
consentire al figlio una scolarizzazione serena per l'intero iter scolastico.
Una programmazione didattica semplificata, con obiettivi chiari e
raggiungibili, può infatti tranquillizzare il bambino e disporlo più
favorevolmente all'apprendimento. Avere un insegnante "tutto per sé",
soprattutto nella scuola secondaria quando le discipline e i docenti si
moltiplicano, può significare disporre di un punto di riferimento, un faro per
orientarsi tra insegnanti e discipline: impresa assai più impegnativa di quanto
si pensi per gli alunni più fragili dal punto di vista cognitivo o relazionale.
GLI OPERATORI SOCIO-EDUCATIVI (OSE)
Si tratta di personale specializzato che non fa parte
dell'organico della scuola, ma che può essere richiesto all'Ente Locale, in
accordo con le famiglie, per un limitato numero di ore alla settimana per gli
alunni con disabilità riconosciuta. Gli operatori socio-educativi possono
essere richiesti per sostenere bambini e adolescenti con disturbi del
comportamento, che necessitano di migliorare le autonomie personali, che hanno
bisogno di una migliore identificazione nell'adulto.
L'intervento degli OSE non sostituisce le attività
didattiche, ma prevede la realizzazione di percorsi a carattere educativo
integrati nel Piano Educativo Individualizzato e finalizzati a favorire
l'integrazione, potenziare le autonomie personali, promuovere uno stato di
benessere nel contesto scolastico.
Come si vede, il ventaglio di opportunità che possono essere
sfruttate per accompagnare al meglio il percorso scolastico degli alunni -
adottati e non - è ampio. Del resto anche i bambini e i ragazzi adottati che
frequentano le nostre scuole sono soggetti unici e irripetibili, e diversi sono
i loro bisogni: se per qualcuno sarà necessario un percorso individualizzato e
"sostenuto" per l'intero iter scolastico, per altri sarà sufficiente una
buona accoglienza iniziale... senza tralasciare tutte le possibili soluzioni
intermedie. Sta alla professionalità e alla sensibilità degli insegnanti, unite
alla disponibilità e collaborazione delle famiglie, orientarsi tra le diverse
possibilità d'intervento per individuare l'aiuto che sia nello stesso tempo più
utile e meno ridondante.
giovedì 25 luglio 2013
LA SCUOLA CHE AIUTA (1)
di Livia Botta
Articolo pubblicato sul numero di marzo 2013 di "ADOZIONE E DINTORNI", rivista dell'associazione Genitori Si Diventa.
Livia Botta
http://www.liviabotta.it
http.//www.adozionescuola.it
Articolo pubblicato sul numero di marzo 2013 di "ADOZIONE E DINTORNI", rivista dell'associazione Genitori Si Diventa.
Concludevo il precedente articolo
“La fatica di imparare” con l’affermazione che il contesto attuale in cui il
bambino adottato si misura con l’apprendimento (l’ambito familiare, la scuola)
può fare molto per favorire - ma anche purtroppo per ostacolare - il
raggiungimento di risultati scolastici soddisfacenti. Soprattutto per i bambini
più vulnerabili, diventa dunque cruciale individuare le diverse variabili su
cui è possibile intervenire e le prassi più idonee da mettere in atto.
Sul versante “scuola”, la prima
riflessione è che uno dei principali ingredienti – forse il principale – della
possibilità d’imparare è la qualità dell’intreccio relazionale che si instaura
tra l’alunno, l’insegnante, l’oggetto di apprendimento, il gruppo dei coetanei.
Per un bambino fragile, che è stato ferito nella fiducia nelle proprie capacità
e negli altri, dirigere le proprie energie verso l’apprendimento sarà possibile
solo in un contesto sicuro, costante e prevedibile, che non gli faccia
ri-sperimentare la frustrazione del fallimento. Sarà pronto a manifestare il
suo desiderio d’imparare in un contesto accogliente e supportivo, se gli si
proporranno obiettivi e attività calibrati sulle sue possibilità, abbastanza
semplici da risultargli comprensibili e raggiungibili grazie all’aiuto dell’adulto
e sufficientemente interessanti per lui. In caso contrario, tenderà a reagire
con la passività o con comportamenti oppositivi.
Quanto detto è vero per tutti i
bambini, ma diventa cruciale per quelli che hanno subìto perdite o traumi, o
hanno conosciuto situazioni di trascuratezza fisica o emozionale che hanno
minato il loro senso di sicurezza. Mentre un bambino fiducioso nelle proprie
capacità e con un sicuro senso di sé può, infatti, reagire in modo costruttivo
anche a livelli di frustrazione elevati e non scoraggiarsi se l’obiettivo da
raggiungere non è immediato, non è così per un soggetto più fragile, per il
quale ogni frustrazione si tramuterà in un senso di vergogna che lo ferirà nel
cuore dell’identità e che potrà azzerare la normale curiosità di conoscere e di
imparare tipica dei bambini.
Gli alunni con queste difficoltà
vanno pertanto sostenuti e incoraggiati, con una presa in carico empatica,
fatta di tanti piccoli gesti che consentano loro di riconoscere l’insegnante
come figura di attaccamento. Fino a quando non si sentiranno sufficientemente
sicuri, andranno accompagnati passo passo nell’imparare, con le strategie che
le/gli insegnanti ben conoscono: ridurre i contenuti e porre pochi obiettivi
per volta; evitare le attività che si prolungano eccessivamente e proporre
prove di verifica brevi; far utilizzar schemi o griglie per contrastare la
dispersione del pensiero; non eccedere col registro verbale ma usare materiali
iconografici e strumenti tecnologici; valutare le singole prestazioni, sottolineando
i successi per potenziare l’autostima ma anche riflettendo sugli insuccessi per
aiutarli a sviluppare un’immagine realistica delle proprie capacità; creare
occasioni in cui possano mettere a frutto abilità che, per la loro storia e
provenienza, potrebbero possedere in aree diverse da quelle linguistiche o
logiche: capacità di costruire oggetti, di apprendere visivamente, di risolvere
problemi concreti. Sono tutte strategie che, oltre ad aiutare concretamente il
bambino, lo faranno sentire “contenuto” nella mente di un insegnante
disponibile e capace di andare a incontrarlo là dove egli si trova.
Sono comportamenti che vanno
comunque calibrati con misura: l’attenzione mirata non deve tramutarsi in
atteggiamenti troppo protettivi, che potrebbero trasmettere un messaggio di
diversità e svalutazione negativo per il bambino e ostacolare il suo positivo
inserimento nel gruppo. Occasioni di apprendimento cooperativo che sollecitino
accettazione e aiuto reciproco, esperienze di tutoraggio tra compagni che
possano trasformarsi in relazioni amicali saranno invece preziosi per aiutare
il bambino a sentirsi a proprio agio tra i pari.
L’integrazione nella classe
risulterà inoltre più facile se i compagni saranno stati educati a considerare
l’adozione come una delle possibili e normali modalità di “essere famiglia”.
Affinché ciò accada, la scuola dovrebbe promuovere un’educazione ai rapporti
familiari fondata sulla dimensione affettiva e progettuale, inserendo le
tematiche legate al concetto di famiglia e di genitorialità tra gli altri
argomenti di studio ed evitando di trattare l’argomento “famiglia adottiva”
precipitosamente e solo a ridosso dell’ingresso di un compagno adottato, come
invece spesso succede.
Evitare, quando si parla di
famiglia e di genitorialità, di riferirsi allo stereotipo di una coppia con
figli biologici; creare occasioni per parlare della famiglia complessa e
articolata di oggi (famiglie monoparentali, ricomposte, con genitori separati o
divorziati, famiglie che si ricompongono solo nel weekend, matrimoni misti,
famiglie con figli adottivi o in affido); sottolineare la funzione affettiva
della famiglia, intesa come capacità di saper assolvere vicendevolmente ai
bisogni fondamentali delle persone (fisiologici, di sicurezza, di appartenenza e
di amore, di stima e di autorealizzazione): questo lavoro porterà beneficio a
tutti i bambini con famiglie non tradizionali, non solo a quelli adottati, con
effetti positivi sul loro benessere psicologico e sul loro senso di sicurezza e
di appartenenza.
Risulterà inoltra assai utile
leggere o raccontare storie, o proiettare filmati, che presentino come naturali
le diverse declinazioni della genitorialità, o storie che riflettano
metaforicamente le problematiche di cui un bambino adottato può essere portatore.
Un racconto può infatti parlare ai bambini di molte verità importanti in modo
indiretto, avvalendosi del potere evocativo della metafora: si aiuterà così il
bambino adottato a conoscersi meglio e a sviluppare la propria personalità
senza sottoporlo a domande sulla sua storia, mentre i compagni saranno indotti
a riflettere e ad accettare come naturale la sua condizione.
Mentre si affrontano queste
tematiche, si potrà fare qualche accenno alla storia del compagno adottato, ma
in modo molto “leggero” e solo per dargli la consapevolezza che lo teniamo
nella mente, evitando invece di porlo sotto i riflettori con domande dirette.
E’ meglio aspettare che sia lui, quando lo vorrà, a parlare della propria
realtà familiare e della propria storia. Questo accadrà se ci sarà un buon
clima e se il bambino percepirà la sua classe come un posto sicuro in cui poter
stare “tutto intero”.
Lavorare in classe per facilitare l’inclusione significa
anche evitare di proporre attività da cui i bambini adottati possano sentirsi esclusi.
E qui entra in gioco la spinosa questione dell’approccio alla storia personale.
Sappiamo infatti che solitamente nel secondo anno delle elementari (talvolta
anche prima) si cominciano a insegnare ai bambini i primi concetti storici a
partire dalla storia personale e da quella della propria famiglia, e che anche
negli anni successivi (ad esempio all’inizio della scuola media) questo
approccio può essere riproposto.
Si tratta di un lavoro bello e importante, che aiuta gli
alunni a collocare nel tempo fatti ed esperienze vissute, a riconoscere i
rapporti di successione e contemporaneità, a prendere dimestichezza con i
concetti di fonte storica, datazione, generazioni. È un lavoro che può essere
di grande utilità per i bambini adottati e per altri il cui percorso di vita ha
conosciuto vari passaggi, ma che può creare sofferenza se non viene affrontato
con attenzione e sensibilità. Va pertanto programmato con la massima cura,
ricordando che in una classe possono esserci bambini che non conoscono l’inizio
della loro storia e forse neppure il nome della madre biologica, altri (come i
bambini in affido) con situazioni familiari difficili alle spalle, altri ancora
che hanno perduto i genitori o ne sono stati allontanati, bambini migranti che
non hanno portato con sé alcun bagaglio materiale di ricordi. Per tali ragioni
è importante mantenere un dialogo aperto con le famiglie, avvertendole in
anticipo di quel che verrà fatto, raccogliendo le informazioni indispensabili
per una programmazione che non escluda nessuno, mantenendo i progetti
flessibili e rispettosi delle variabili presenti nella classe.
Alla pagina http://www.adozionescuola.it/adozione_00000f.htm del sito www.adozionescuola.it ho raccolto esempi di diversa provenienza di attività sulla storia personale o sull'albero genealogico da realizzare in classi in cui siano presenti alunni adottati. Ma sta soprattutto alla creatività e alla sensibilità dell'insegnante calibrare i progetti sulla realtà dei singoli alunni, facendo sì che nessun bambino possa sentirsi diverso in senso negativo. Né va dimenticato che queste attività possono mettere a disagio non solo i bambini adottati ma anche i loro genitori, in difficoltà quando devono aiutarli nel compito impossibile di ricostruire il loro passato, anche perché la mancata conoscenza della storia precoce dei figli è un vuoto doloroso anche per loro.
Non dobbiamo nasconderci, tuttavia, che questi interventi, finalizzati a favorire il benessere del bambino adottato nella classe e dunque a disporlo positivamente all'apprendimento, non sono di agevole realizzazione nel difficile momento attuale, in cui gli insegnanti, nei diversi gradi di scuola, si trovano di fronte classi numerose di alunni portatori di molteplici diversità, in una situazione complessiva di scarsità di risorse per la scuola (personale, sussidi, formazione) che limita la possibilità di dare la giusta attenzione ai soggetti più deboli. Sono, inoltre, solo una parte delle strategie da mettere in atto, quelle che potremmo chiamare "di cornice". In molti casi possono essere necessari interventi mirati su problematiche specifiche più direttamente didattiche: di questo parleremo nel prossimo articolo.
Alla pagina http://www.adozionescuola.it/adozione_00000f.htm del sito www.adozionescuola.it ho raccolto esempi di diversa provenienza di attività sulla storia personale o sull'albero genealogico da realizzare in classi in cui siano presenti alunni adottati. Ma sta soprattutto alla creatività e alla sensibilità dell'insegnante calibrare i progetti sulla realtà dei singoli alunni, facendo sì che nessun bambino possa sentirsi diverso in senso negativo. Né va dimenticato che queste attività possono mettere a disagio non solo i bambini adottati ma anche i loro genitori, in difficoltà quando devono aiutarli nel compito impossibile di ricostruire il loro passato, anche perché la mancata conoscenza della storia precoce dei figli è un vuoto doloroso anche per loro.
Non dobbiamo nasconderci, tuttavia, che questi interventi, finalizzati a favorire il benessere del bambino adottato nella classe e dunque a disporlo positivamente all'apprendimento, non sono di agevole realizzazione nel difficile momento attuale, in cui gli insegnanti, nei diversi gradi di scuola, si trovano di fronte classi numerose di alunni portatori di molteplici diversità, in una situazione complessiva di scarsità di risorse per la scuola (personale, sussidi, formazione) che limita la possibilità di dare la giusta attenzione ai soggetti più deboli. Sono, inoltre, solo una parte delle strategie da mettere in atto, quelle che potremmo chiamare "di cornice". In molti casi possono essere necessari interventi mirati su problematiche specifiche più direttamente didattiche: di questo parleremo nel prossimo articolo.
Livia Botta
http://www.liviabotta.it
http.//www.adozionescuola.it
domenica 16 giugno 2013
LA FATICA DI IMPARARE
di Livia Botta
Articolo pubblicato sul numero di febbraio 2013 di "ADOZIONE E DINTORNI", rivista dell'associazione Genitori Si Diventa.
Articolo pubblicato sul numero di febbraio 2013 di "ADOZIONE E DINTORNI", rivista dell'associazione Genitori Si Diventa.
I bambini e i ragazzi adottati incontrano più facilmente dei coetanei difficoltà di apprendimento?
La risposta è sì, se
consideriamo le numerose ricerche effettuate a livello nazionale e
internazionale: pur nella grande varietà dei casi singoli, i minori adottati
sono una categoria maggiormente vulnerabile alle difficoltà scolastiche.
Ciò non significa che
per tutti i bambini adottati il percorso scolastico si presenti irto di
ostacoli. Se molti hanno difficoltà anche serie, ce ne sono altri che
nonostante esperienze precoci particolarmente avverse riescono ad avere una
buona crescita cognitiva e a confrontarsi positivamente con l'apprendimento. E'
inoltre dimostrato che bambini che incontrano difficoltà all'inizio del loro
percorso scolastico possono recuperare molto, se ricevono attenzioni adeguate.
Sono molte le variabili
che possono fare la differenza tra caso e caso: l'età in cui il bambino viene
adottato, il paese di provenienza, la lingua appresa prima dell'adozione, le
esperienze precoci, le caratteristiche della famiglia adottiva e del contesto
di vita del post-adozione. Contano molto anche fattori individuali come il
patrimonio genetico del bambino, il suo temperamento, la sua capacità di
resilienza (cioè la capacità di far fronte e superare le esperienze avverse),
senza escludere la casualità, anch'essa un fattore che influenza lo sviluppo
umano.
Ma vediamo cosa ci
dicono le ricerche.
La letteratura sul
tema è concorde nel sostenere che, mediamente, i minori adottati presentano
generiche difficoltà scolastiche e disturbi specifici di apprendimento in
percentuale maggiore dei coetanei.
Il termine "disturbi
specifici di apprendimento" si riferisce a difficoltà tipiche di lettura
(dislessia), scrittura (disgrafia e disortografia) e calcolo (discalculia), che
si presentano in bambini con intelligenza nella norma. Queste difficoltà, che
possono permanere per tutta la vita, si incontrano spesso insieme, e oltre a
rendere difficoltoso l'apprendimento possono generare sentimenti di demoralizzazione,
scarsa autostima e disaffezione nei confronti della scuola.
Le ricerche
internazionali ci dicono che queste difficoltà sono presenti nei bambini
adottati in percentuale quattro volte superiore alla norma. Divengono
solitamente evidenti dopo i primi due anni di scolarizzazione, quando le
abilità di lettura, scrittura e calcolo dovrebbero essere acquisite. E'
importante riconoscerle per tempo, per evitare di attribuire gli insuccessi
scolastici a tratti personali quali svogliatezza, pigrizia, scarsa concentrazione.
Sono cosa diversa dai
disturbi specifici di apprendimento le difficoltà scolastiche generiche, che
possono essere correlate a una immaturità psicologica e funzionale del bambino.
Rallentamenti nello sviluppo delle funzioni intellettive causati da
problematiche perinatali, situazioni di deprivazione precoce o traumi possono
far sì che il bambino non sia pronto per gli apprendimenti scolastici adeguati
alla sua età cronologica. Nel caso dei minori adottati in età scolare, aver iniziato
i primi apprendimenti in una lingua diversa rappresenta un ulteriore fattore di
rischio, così come l'aver frequentato nel paese d'origine scuole con
insegnamento inadeguato.
Ma le problematiche
maggiori sembrano presentarsi nell'ambito dell'attenzione, della concentrazione
e della capacità di autoregolarsi.
Scarsa capacità di
prestare attenzione alle consegne e alle spiegazioni, di mantenere la
concentrazione, di memorizzare, di organizzarsi, di completare un compito in
autonomia; iperattività, difficoltà nel controllo degli impulsi e nel rispetto
delle regole: questi tratti si traducono in ostacoli potenti all'apprendimento,
E un bambino che incontra tali difficoltà nell'imparare finisce o per
utilizzare la passività come espediente per evitare di mettersi in gioco, o per
assumere in classe condotte disturbanti e atteggiamenti oppositivi difficili da
gestire. L'incapacità di contenere l'aggressività può generare atteggiamenti di
rifiuto da parte dei coetanei, in un circolo vizioso che rischia di rendere
questi bambini sempre più arrabbiati e intrattabili.
Anche queste
problematiche possono essere presenti in soggetti di buona intelligenza, il che
può trarre in inganno genitori e insegnanti che, soprattutto nel progredire del
percorso scolastico, possono attribuire gli insuccessi a "cattiva volontà" e
"scarso impegno", piuttosto che a difficoltà più radicate e più difficili da
superare.
Ma da cosa dipendono
queste difficoltà? Cosa appesantisce il percorso scolastico di un così gran
numero di bambini adottati?
Va detto subito che
non esiste una risposta univoca. Le ragioni possono essere molteplici e
ascrivibili a fattori differenti, spesso in interazione tra loro. Dobbiamo aver
chiaro che analoghe manifestazioni possono avere alla base cause diverse, di
cui possiamo non avere conoscenza.
Sono tre le variabili
che entrano in gioco: la biologia, la storia pregressa del bambino e l'ambiente
attuale. Consideriamole una per una.
Le componenti biologiche.
Il cervello umano si
forma e si differenzia nelle sue funzioni durante il periodo prenatale.
L'affinamento della capacità sensoriali si completa entro l'età prescolare,
mentre lo sviluppo dei sistemi responsabili delle attività cognitive superiori
continua fino all'adolescenza. Si tratta di processi in parte automatici, in parte
sensibili alle interazioni con l'ambiente: lo sviluppo neurologico di un
bambino può cioè essere influenzato, oltre che da variabili genetiche, anche da
eventi negativi o positivi, sia prenatali che postnatali.
La malnutrizione o
l'assunzione di sostanze nocive da parte della madre in gravidanza, così come
un suo profondo malessere emotivo o fisico, possono provocare un rallentamento
dello sviluppo cerebrale del bambino, che potrà evidenziarsi nelle aree
dell'acquisizione del linguaggio, del grafismo, delle abilità visuo-spaziali e
cognitive (memoria, attenzione, concentrazione...), nei processi sociali ed
emotivi (iperattività, difficoltà di controllo emotivo). Numerose ricerche
hanno evidenziato che è soprattutto l'esposizione prenatale all'alcol ad avere,
potenzialmente, gli effetti più dannosi sullo sviluppo neurologico del bambino.
Nel periodo
successivo alla nascita, il normale sviluppo cerebrale può essere rallentato da
un'alimentazione inadeguata, malattie, stimoli sensoriali e interazioni sociali
carenti.
Alcuni studi di
neurobiologia hanno dimostrato che nei primi anni di vita anche i traumi e le
situazioni di istituzionalizzazione più critiche possono influenzare lo
sviluppo cerebrale, alterando la produzione di cortisolo (il cosiddetto "ormone
dello stress") e danneggiando il sistema di allarme interno di risposta allo
stress, che finirà per attivarsi in modo anomalo e scattare con niente.
Se questi sono i
fattori di rischio, non è detto che gli esiti siano per forza drammatici. Molti
bambini si sviluppano bene anche in condizioni difficili, probabilmente poiché
posseggono dei fattori genetici di protezione in grado di contrastare o di
correggere tempestivamente i danni delle esperienze avverse.
Anche nei casi più
critici, dobbiamo comunque ricordare che il cervello in fase evolutiva è un
organo con incredibili capacità di recupero: benché alcune compromissioni
possano essere permanenti, altri circuiti si possono riorganizzare grazie alla
maturazione e all'esperienza. Questa considerazione deve spingerci a non
scoraggiarci e a studiare gli interventi più efficaci per mettere in grado
questi bambini, nel periodo post-adozione, di sviluppare al massimo le loro
potenzialità.
Le componenti psicologiche.
Diverse teorie
psicologiche ci vengono in aiuto per comprendere perché esperienze difficili
e/o traumatiche sperimentate nella prima infanzia possono tradursi in ostacoli
all'apprendimento.
Dobbiamo in primo
luogo considerare che la scuola è un ambiente in cui riescono a dare il meglio
di sé bambini fiduciosi e sicuri, capaci di entrare in sintonia con gli adulti,
dotati della curiosità necessaria per usufruire delle opportunità offerte dalla
scuola e per correre i rischi che l'apprendimento comporta.
Ma è difficile che un
bambino adottato abbia ricevuto nella prima infanzia la protezione e la
stabilità indispensabili per acquisire un tale senso di sicurezza e fiducia. La
precoce separazione dalla madre biologica e la mancanza di continuità nei
successivi legami di attaccamento tendono infatti a generare stili di
attaccamento insicuri, orientati o all'evitamento del contatto emotivo o ad
"aggrappamenti" accompagnati dal bisogno di controllo continuo
dell'adulto, che si riflettono anche nel contesto scolastico.
Le ripetute
interruzioni dei legami sperimentate dai bambini prima dell'adozione possono
farli sentire "di scarso valore", non meritevoli di amore.
L'autostima carente si traduce in sfiducia nelle proprie capacità e difficoltà
a tollerare la frustrazione e l'insuccesso, laddove "imparare"
comporta proprio il riconoscimento di non sapere (cioè la possibilità di
tollerare la mancanza), la dipendenza da qualcuno che sa (cioè la possibilità
di affidarsi) e infine la possibilità di ricevere e assimilare.
La mancanza, nei
momenti iniziali della vita del bambino, di un adulto che lo abbia accudito
amorevolmente, dando di volta in volta nome e significato alle sue prime
esperienze sensoriali ed emotive, può rendere difficoltosa la costruzione di
quel contenitore-mente che consente di dar senso, immagazzinare e collegare
conoscenze ed esperienze.
Le rotture di
continuità dovute alle ripetute interruzioni dei legami e alla stessa adozione
possono riflettersi in una frammentazione e disorganizzazione del pensiero.
Difese emotive come la rimozione o la scissione, utilizzate per tenere lontane
e separate le esperienze dolorose del passato, possono attaccare la capacità di
pensare, facendo perdere il contatto con alcune aree della mente e generando i meccanismi
di inibizione cognitiva riconoscibili in quei bambini e adolescenti con buona
intelligenza che manifestano inspiegabili "blocchi del pensiero".
Mentre alcuni di
questi meccanismi hanno un carattere strutturale e sono difficilmente
modificabili, altri sono di natura transitoria. Si presentano nei momenti
critici e possono trarre grande vantaggio dalle funzioni di accoglienza,
riconoscimento e valorizzazione che la scuola può offrire.
Le componenti ambientali.
L'ultima variabile è
il contesto attuale, che può favorire o al contrario ostacolare il
raggiungimento di risultati di apprendimento soddisfacenti. E' la variabile su
cui è possibile intervenire, sia a scuola che a casa, per aiutare i bambini più
vulnerabili.
Ma di questo
parleremo in dettaglio in un prossimo articolo.
Livia Botta
http://www.liviabotta.it
http://www.adozionescuola.it
Livia Botta
http://www.liviabotta.it
http://www.adozionescuola.it
Iscriviti a:
Post (Atom)